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cinema
4 dicembre 2008
L'ipotesi cinema
E' stata presentata il 24 novembre alla Cineteca di Bologna la pubblicazione di un libro preziosissimo per chi è interessato al cinema e all'educazione cinematografica, L'ipotesi cinema di Alain Bergala. E' stata un'occasione anche per presentare l'inaugurazione dell'impegno editoriale di cui la Cineteca intende farsi carico. Il libro di Bergala è dunque apripista di un impegno, da parte della Cineteca, anche sul versante editoriale. Versante non nuovo, che tuttavia, finora si era sempre concretizzato con collaborazioni di case editrici specializzate nel settore, menrte l'intento è ora quello di editare direttamente libri di particolare interesse e spessore.
Il libro di Bergala è la testimonianza di un'esperienza pluridecennale di educazione cinematografica, nata dall'amore per il cinema e dalla ricerca di trovare modalità adeguata per potere trasmettere questa stessa passione. Esperienza che trova un punto di svolta inatteso e fondamentale nel 2000 quando a Bergala, critico e docente, quando nel 2000 gli viene chiesto, dall'allora Ministro dell'Educazione Jack Lang, di fare parte di un gruppo di consulenti, di esperti di specifici settori, le cui proposte dovevano poi inserirsi nel progetto di una politica per l'educazione artistica. 
Come ha detto Bergala alla conferenza stampa di presentazione dell'edizione italiana del suo libro, L'ipotesi cinema è stato scritto in due settimane, ma aveva alle spalle venticinque anni di attività nell'emabito dell'educazione all'immagine. 
Bergala mette in evidenza come sia necessario un intento che non miri semplicemente ad avvicinare i ragazzi al linguaggio cinematografico, ma che lo avvicini al cinema come forma artistica, un approccio che sappia sollecitare nel giovane spettatore interessi che non può sollecitare la tradizionale modalità di avvicinamento alle immagini legate ai collegamenti con altre materie scolastiche o alla comprensione "critica" delle modalità del linguaggio cinematografico. C'è alla base un bisogno di qualità. L'avvicinamento al cinema attraverso film che in altro modo i ragazzi rischiano di non vedere mai. 
Leggendo le pagine di questo libro, che si rivolge direttamente al lettore, alla sua diretta esperienza del cinema, si ha come una rivelazione, cosa che i migliori libri (come i migliori film) sanno fare, vale a dire che cose che sembrano difficili si possono anche fare in maniera più semplice di quella che di solito si pensa. L'ipotesi non è rimasta solo sulla carta. E' stata messa in atto in termi estremamente rapidi ed è ormai divenuta una realtà difficilmente estirpabile nel panorama educativo francese. Certo nulla nasce dal niente, e questa ipotesi ha potuto svilupparsi proprio perché esisteva già una "tradizione" nel rapporto cinema-scuola. Ma ha saputo trasformare l'approccio, facendo diventare realtà un'utopia. Ma c'era bisogno, per poterlo concretizzare, di una volontà politica. Per una volta, quest'ultima si è congiunta con un progetto "tecnico", elaborato da esperti illuminati. 
L'ipotesi cinema, insomma, è una lettura fondamentale. Non solo per addetti ai lavori, ma per chiunque sia appassionato di cinema, o sia un educatore, o, infine, un genitore. Una lettura che apre delle porte e fa respirare, e questo è particolarmente prezioso, in una situazione culturale ed educativa asfittica e senza prospettive come quella italiana contemporanea. 


La classe di Laurent Cantet
cinema
20 ottobre 2008
Film/Letterature

Film/Letterature“Paesaggi” a cura di Luca Pasquale, Bologna, Gedit edizioni, 2007

 

Il tema del paesaggio, da qualunque parte lo si affronti, è fonte inesauribile di suggestioni. Sia gli artisti, sia i critici, hanno sempre trovato pane per i loro denti. L’argomento “paesaggio”, nel cinema, nella letteratura, nell’arte è l’ambito tematico cui è stato dedicato l’ultimo numero della rivista Film/Letteratura di cui è direttore responsabile Cristina Bragaglia, docente di Storia del Cinema e Filmologia dell’Università degli Studi di Bologna (e di cui esiste anche una versione digitale: www.almapress.unibo.it/fl).

Questo numero monografico, curato da Luca Pasquale, percorre esempi di rapporti e relazioni tra paesaggi e personaggi traendo linfa da alcune delle più significative opere, soprattutto per quanto riguarda il cinema. Da Antonioni a Bergman, in primo luogo, ma anche in autori meno celebrati e affrontati criticamente.

È Raffaele Milani a introdurre le riflessioni con un saggio che si incarica di definire cosa si debba intendere per paesaggio “come arte e categoria del pensiero”. Argomento complesso, che Milani affronta con giusta levità, preoccupandosi soprattutto di affacciarsi su quegli ambiti, quei territori, che il concetto dipaesaggio porta con sé nelle varie fasi della produzione estetica, per quanto concerne in particolare il Novecento.

Sistematizzare paesaggio, arte ed estetica attraverso i secoli a partire dall’illuminismo ai nostri giorni è compito che impone sintesi e chiarezza. Soprattutto tenendo conto di come siano mutate le caratteristiche della rappresentazione e della narrazione, di come sia mutata la concezione stessa di paesaggio, nonché i paesaggi stessi. Non si può essere esaustivi ma introdurre e avviare il lettore-spettatore a ripercorrere la linea delle mutazioni che questa definizione, “paesaggio”, implica. Tutto ciò è corroborato dai saggi che seguono, a partire dall’attenzione che la stessa Bragaglia rivolge alle cittàdel cinema italiano – negli ultimi quarant’anni del Novecento – partendo dalle riflessioni suscitate invece da un libro quale Le città invisibili di Italo Calvino, facendo pienamente rientrare l’attenzione al paesaggio all’interno di un già ricco e complesso rapporto cinema-letteratura. Percorso affascinante che si apre dalla Torino di Calvino, passa alla visione che ne ha dato Michelangelo Antonioni ne Il grido (1957) per ritornare alla letteratura con un altro grande scrittore italiano come Cesare Pavese, il Pavese de Le amiche.  Poi si scende, è il caso didirlo, lungo il Po, fino alla Ravenna de Desertorosso e agli altri paesaggi di quel lettore e inventore di paesaggi che èAntonioni. Un lettura antonioniana a cui dà corpo la concezione diMerleau-Ponty di “spazio antropologico” e di “spazio esistenziale”. Dal paesaggio urbano a quello naturale, da Le amiche a L’avventura, Antonioni ha sollecitato l’interesse di generazioni (ormai si può dire) di studiosi e di appassionati, pensiamo solo alle ricche riflessioni fornite da Sandro Bernardinel suo Il paesaggio nel cinema italiano (Venezia, Marsilio, 2002). Bragaglia tuttavia non rimane ad Antonioni ma esce dai luoghi cittadini e naturali antonioniani per confrontarsi con i film di Bernardo Bertolucci, di Dino Risi e Silvio Soldini, Mario Martone e Nanni Moretti attraverso un paesaggio urbano che si deforma nella ripetitività delle periferie o che in esse cerca e talvolta trova giusti stimoli di un’ambientazione non alienante.

Conil saggio di Giulio Iacoli, “Composizione di un anti-paesaggio”, si apronoscenari legati a quello che possiamo definire paesaggio psicologico. Dedicato aIngmar Bergam, in particolare a Persona,questo studio sviluppa la tesi che questo paesaggio bergmaniano alimenti “in séi germi della sua stessa negazione”. Sono i personaggi, qui, che hanno unavalenza primaria, tale da concentrare nella propria presenza, nel propriomostrarsi, nel volto, l’intero sviluppo drammatico che si raffronta tuttaviacon lo sfondo di un paesaggio sottile, spoglio, che a suo modo provoca“l’avvicinamento tra i personaggi”, il loro incontrarsi e scontrarsi. Certo sitratta di aspetti non nuovi alla critica cinematografica, ma c’è il merito diriuscire a raccoglierli in un intervento che sa restituire la sensibilità dellacostruzione drammaturgia bergmaniana, del rapporto ineludibile tra personaggioe paesaggio. Ed è un tassello nella composizione monografica che il numerodella rivista va costruendo.

Con Luca Pasquale si torna ad Antonioni, e quindi nuovamente ai rapporti con Pavese e Calvino, che furono in primo luogo diretti, epistolari. In secondo luogo il critico può vedere nelle loro opere affinità, rimandi, associazioni. Oltre a ripercorrere questi legami Pasquale si sofferma sulla sensibilità con cui Antonioni ha trasmesso i paesaggi attraverso la forza che viene da un’ambientazione che tiene conto del clima rendendone tutti i possibili influssi emozionali. Si scopre così la diversità climatica che Antonioni sa catturare e restituire allospettatore che si trova a che fare con un rapporto inscindibile personaggio-paesaggio ma anche con le qualità espressive che lega paesaggio-personaggio-clima, così come la luce e l’ombra, il giorno e la notte sono tutt’altro che indifferenti e partecipano dell’azione e della caratterizzazione dei personaggi. Qualità umane e disumanizzate investono i luoghi grazie a queste interrelazioni, come viene evidenziato, per esempio ne L’eclisse, dove "la città notturna è dunque sempre città desertificata.”  

Il luogo urbano è quello indagato da Caterina Bonora nel saggio “Il n’y a pas horsde cité: l’orrore fuori orario”, terreno fecondo e irrinunciabile dell’immaginario statunitense. Luogo produttore di emozioni forti, legati soprattutto all’estraneità “agli altri e a se stessi”. Si ripercorrono le vertigini che sfilano da Edgar Allan Poe a Bret Easton Ellis passando per Paul Auster nell’ambito letterario per spostarsi sul versante cinematografico attraverso George Romero, David Lynch, Wes Craven per arrivare al Michael Moore di Bowling a Colombine. Questo tipo di percorso non è a ritroso, piuttosto è un percorso sinuoso e quasi labirintico.

Seguonoaltri articoli che aderiscono invece alla caratteristica fondante della rivista, quella del rapporto cinema-letteratura.

Segnaliamo, in chiusura, la pubblicazione di un saggio di Pier Vittorio Tondelli dedicato a Las hora de los hornos di Fernando Solanas.

 

Fabio Matteuzzi


http://blogs.suntimes.com/scanners/nongod.jpg

L'eclisse di Michelangelo Antonioni 


cinema
15 agosto 2008
Cineteca Eurasia

Giampiero Comolli

CINETECA EURASIA. Ricordi di film visti in viaggio

Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2005 - €. 14,00.

 

All’inizio del terzo capitolo di questo curioso resoconto di visioni di cinema marginale avute casualmente o quasi nel corso di anni di viaggi in qualità di giornalista (tra Europa ed Oriente), Comolli mette le mani avanti: «È meglio chiarirlo subito: non dispongo di conoscenze sufficienti, neanche a livello amatoriale, per decifrare il linguaggio cinematografico. Sono solo un fruitore passivo, anche se assiduo, di pellicole di largo consumo. Quando non mi trovo in viaggio, mi piace «andare al cinema», e ci vado spesso. Ma mi limito a frequentare le prime visioni, quelle che si danno nelle grandi sale.» (pag. 31). Poi di fatto ci conduce, ma aveva già iniziato a farlo, in un mondo veramente singolare, in cineclub o piccole sale più o meno improvvisate all’interno di mercati delle grandi megalopoli d’Oriente, oppure in locali adiacenti ad antichi templi buddisti in cui ha modo di vedere film che neanche il critico specializzato può avere visto, scopre il fascino di una visione cinefila che forse anche da noi si è persa, la cinefilia non degli specialisti, ma dei curiosi, in qualche modo flaneur.

Vede film amatoriali, ha modo di vedere in occasioni diverse film di autori che neanche i più aggiornati testi e cataloghi che fanno il punto sulla situazione di cinematografie emergenti, quale quella di Hong Kong, ad esempio, riportano, sperimenta come all’interno di film mediocri possa comunque essere presente in maniera forte, al punto da permettergli di tornare e ritornare più volte a distanza di anni da quelle lontane proiezioni, una sequenza particolarmente significativa, capace di colpire e di fare ricordare il nome di quel regista sconosciuto. Insomma il piacere di uno sguardo che scopre cose “mai viste prima” con quel gusto grazie a cui ognuno di noi si è avvicinato per la prima volta al cinema, quando era ragazzo. Ebbene qui il cinema è, appunto, marginale. Le sale, spesso, sono improvvisate, addirittura appartamenti. Proprio da queste pellicole, in questi luoghi, si mantiene il fascino dello spettacolo cinematografico.

Qui Comolli, giornalista e viaggiatore occidentale, riflette su convergenze e divergenze dell’espressività occidentale ed orientale. Si affaccia così un grande tema: quello del raffronto, narrativo, compositivo, ma anche, se si vuole (ma Comolli è abbastanza saggio da non toccare frontalmente questo tema, mantenendo la freschezza di questo reportage “cinematografico”) culturale, che, personalmente, mi ha ribadito quanto potrebbe essere necessaria e stimolante l’elaborazione di uno sguardo critico e teorico capace di prefigurare una cinematografia comparata. Disciplina mancante, nelle università di tutto il mondo, della quale si possono trovare solo approcci singoli e delimitati, non una vera sistematizzazione.

Altro aspetto interessante è come Comolli abbia scritto questo libro a posteriori, a distanza di anni dalle proiezioni cui aveva assistito. Così il libro si costruisce attraverso un recupero di episodi nella memoria dell’autore, il cui lavoro giornalistico lo impegnava in altre ricerche rispetto a quelle cinematografiche. Tuttavia si tratta di un recupero privo di sforzo, grazie forse anche alla prosa fluida di Comolli. Il risultato è la chiarezza dei ricordi dei luoghi e delle immagini filmiche, la loro compartecipazione e le imprevedibili connessioni che l’autore ha vissuto, e di cui ci narra. Le immagini, così lontane nel tempo, sono riuscite a mantenere una presenza inaspettata, una forza che solitamente si è portati ad abbinare alle grandi opere cinematografiche. Certo è una memoria legata esclusivamente alla esperienza personale. Non alla persuasività della pubblicità, non alla diffusione del film di successo, non alla comodità dell’home video.

Il libro sembra guidato – lo sottolinea lo stesso autore – da una sostanziale casualità: quella che fa sorgere affinità tra un dipinto del grande maestro giapponese Utamaro e un filmetto amatoriale di un inglese trapiantato a Bali. Attraverso la casualità si notano alcune coincidenze, e, a partire da queste, Comolli sviluppa le proprie riflessioni attraverso una scrittura filmica che tocca gli argomenti delle visioni cinematografiche cui ha assistito, ma anche le avvolge in divagazioni che in realtà legano le immagini ai luoghi in cui sono state proiettate fino a giungere ad altre visioni (non necessariamente cinematografiche), in altri luoghi, e ad un loro inevitabile confronto. Avviene uno scambio, così come la visione di un film può legarsi al luogo in cui la visione ha luogo (per esempio nei pressi di Sligo, in Irlanda, la visione di un breve filmato “turistico” da cui affiora inaspettatamente la voce del poeta Yeats), così questo stesso filmato dà luogo a una riflessione e a suggestioni capaci di fare riaffiorare i ricordi di un viaggio in India precedente di molti anni. Le suggestioni si concatenano: quelle cinematografiche hanno la stessa importanza di quelle dei suoni, degli odori, del paesaggio, delle voci e delle persone incontrate. Il cinema, questo cinema “minore”, è dunque qualcosa di vivo. Vitalità mantenuta sfuggendo all’apparato cinematografico spettacolare, in grado tuttavia di sollecitare suggestioni e riflessioni in spettatori disposti a lasciarsi sorprendere.

 




permalink | inviato da fabio_matteuzzi il 15/8/2008 alle 21:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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